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domenica 8 novembre 2015

Riassunto capitolo 12 Promessi Sposi




Il capitolo 12 dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni è uno di quei particolari capitolo in cui l'autore sospende la narrazione dei fatti della storia di Renzo e Lucia per raccontare un'altra storia, quella con la S maiuscola. In questo capitolo, Manzoni ci racconta le ragioni della carestia che sta affliggendo Milano e la Lombardia e ci espone la situazione del capoluogo della Lombardia spagnola all'arrivo di Renzo, quindi al giorno 11 novembre 1628. Dopo questa parentesi, l'occhio del narratore ritorna su Renzo, il quale viene coinvolto nei tumulti milanesi. Vedremo tutto questo in questo riassunto del capitolo XII dei Promessi Sposi.

Non bisogna mai dimenticare che questo capitolo è un capitolo avvincente, che in certi versi ricorda molto anche l'attuale situazione politica italiana, nonostante sia ambientato in un'Italia di 400 anni fa.

Riassunto capitolo 12 Promessi Sposi


Riassunto capitolo 12 Sposi




Il 1628 era il secondo anno in cui i raccolti erano scarsi, ma quest'anno la situazione era più grave del solito: a questo aggravarsi della situazione avevano contribuito anche gli "errori" degli uomini: la guerra, "quella bella guerra" rovinava i terreni e costava parecchio denaro ai vari stati, la pressione fiscale era alle stelle, i vari soldati sparsi sul territorio si comportavano come invasori razziatori e devastavano i granai. La popolazione, "la moltitudine male e ben vestita", logicamente si indigna e quindi ha bisogno di trovare un capro espiatorio su cui riversare la sua rabbia: lo trova nella categoria dei fornai e in quella dei presunti "incettatori di grano"e chiede a gran voce al potere di intervenire.

Il Gran Cancelliere Antonio Ferrer, spagnolo, che sostituiva il governatore di Madrid don Gonzalo Fernandez de Cordova impegnato nell'assedio di Casale Monferrato, decide di mettere un calmiere sul prezzo del pane, acquistando così una notevole approvazione popolare: ciò rovinava i fornai, che vengono costretti a lavorare ininterrottamente, a "intridere, dimenare e infornare senza posa" dalla gente che si accalca ai forni chiedendo pane per poi essere costretti a venderlo sottoprezzo. A quel punto, don Gonzalo (che più si interessava alla guerra che alle angustie dei suoi sudditi) non può far altro che estromettere Ferrer e nominare una commissione, la quale decide, inevitabilmente, di aumentare di nuovo il prezzo del pane. I fornai possono quindi respirare, ma il popolo imbestialisce. Non so come mai, ma a me questa situazione ricorda qualcosa...a voi no? Facciamo un gioco, leviamo 1628 e mettiamo 2011, funziona? Questo è perché la gente non impara niente dalla storia.

Questa era Milano al giorno 11 novembre 1628, anzi già dalla sera prima: la gente, la folla, la masnada già si accalcava nelle strade, infiammata dai discorsi dei capipopolo, "per tutto lamenti, minacce, maraviglie". Sul fare del mattino dell'11 novembre, giorno di San Martino, ecco l'occasione che dà il via alla sedizione che verrà inserita nei libri di storia come il "Tumulto di San Martino": un giovane garzone, mentre sta portando il pane alle "solite case", viene assaltato dalla folla inferocita paragonata a una mandria imbufalita, la quale gli strappa con violenza dalle mani il suo carico di pane. A quel punto esplode la rivolta e nella folla, o meglio nella mandria, serpeggia l'idea di assaltare un forno, il cosiddetto "forno delle grucce". Il progetto viene subito messo in opera. Interviene il capitano di giustizia scortato da un drappello di alabardieri, il quale cerca di ammansire la folla con una mielosa e ipocrita paternale; poco dopo viene messo a tacere da una sassata.

Renzo, nel frattempo, avendo scoperto che al momento padre Bonaventura era assente, decide di farsi un giretto per la città quando per caso capita al centro della rivolta: per strada lo accolgono cori che osannano Ferrer e che maledicono il Vicario di Provvisione, "quello che protegge i fornai". Davanti al "forno delle grucce" Renzo assiste alla distruzione degli strumenti di lavoro dei panettieri, incuriosito quindi si accoda a un folto gruppo di riottosi che si stava dirigendo verso una stessa direzione. La folla arriva davanti alla "gran mole del Duomo", che Renzo, umile campagnolo, ammira a bocca aperta: lì, in una concitata allegria carnevalesca, vengono bruciati in un falò tutti gli attrezzi dei fornai. La folla però non è ancora sazia e si avvia all'assalto di un altro forno, quello del Cordusio, e Renzo, nella cui mente per un attimo appare il pensiero di padre Bonaventura, si aggrega vinto dalla curiosità. Durante il tragitto la calca volge un'occhiata verso la grande statua di Filippo II, situata in una nicchia nel palazzo dei Giureconsulti. Arrivati alla bottega, trovano tutto sprangato e seguendo il consiglio di una "maledetta voce", la folla si dirige alla casa del Vicario con l'unanime grido "Dal vicario! Dal vicario!"

Personaggi capitolo 12 Promessi Sposi


In questo capitolo, non fanno la loro comparsa nuovi personaggi. Autentica protagonista del capitolo è la folla che dà vita alla rivolta.




La folla è un vero e proprio personaggio, un personaggio composto da una massa di individui che cercano di costituirsi in un gruppo compatto, ma che nello stesso tempo è variegato e dalle molteplici forme. L'autore rende questa varietà del gruppo attraverso numerosi espedienti letterari come la sineddoche per raffigurare i vari protagonisti, l'enumerazione per la varietà delle categorie e l'accumulo di correlazioni creano l'effetto di "massa". Il realismo della scena è reso dalla lingua usata, ricca di frasi nominali, coordinate o periodi comunque brevissimi.

Il personaggio della folla è quindi vario e ambiguo: da un lato ci sono quelli che, degradati al rango di bestie, si lanciano sulle attrezzature e sui cassoni. dall'altro ci sono i furbi che puntano alle monete. L'unica caratteristica che accomuna tutti quanti è la vigliaccheria: ogni personaggio si fa forza solo sul numero e sul fatto di appartenere alla folla, il che evidenzia il sentimento che l'autore ha nei confronti di questo "animale pazzo", per dirla con le parole di Guicciardini, intellettuale del XVI secolo.

Manzoni disprezza la folla e la giudica ferocemente in base alla sua convinzione, di forte stampo illuminista, che la natura umana sia malvagia e indomita e che solo la luce della ragione la può salvare e condurre a una vita giusta. A questa si aggiunge la componente liberal moderato-cattolica che non prevede una politica di coinvolgimento delle masse.

Commento capitolo 12 Promessi Sposi


Il capitolo XII è un trattato di Storia, Economia e Sociologia. In generale, possiamo dividerlo in tre filoni principali:

  • Digressione storica sulle origini della carestia fino alla giornata precedente a quella dei fatti
  • Flashback sul Tumulto di San Martino fino all'arrivo di Renzo
  • Recupero del tempo della narrazione con l'arrivo di Renzo 
La digressione iniziale, che apre il capitolo, è una sorta di compendio dell'ideologia politica e economica dell'autore e apre il romanzo a una più ampia prospettiva: ora non è più solo la storia di Renzo, Lucia e Don Rodrigo ma è anche un'opera politica, in cui Manzoni offre al suo pubblico degli spunti di riflessione su temi economici e politici ancora attuali. Ve l'ho fatto notare all'inizio, con il gioco di sostituire 1628 con 2011, "carestia" con "crisi economica", Ferrer con Berlusconi e "commissione nominata dal governatore" con "governo tecnico": quello che otterrete è una dimostrazione dell'attualità dei discorsi contenuti in questa digressione, scritta con tono più da saggio che da romanzo. Un altro intento di questo inizio di capitolo è quello di fornire ai suoi lettori contemporanei un esempio della sua ideologia liberista. Manzoni non si stanca mai di ripetere che la carestia andava evitata, non fronteggiata con interventi inutili che creano solo malcontento. La denuncia del narratore viene condotta come sempre con l'ironia che lo caratterizza, particolarmente efficace nei confronti del comportamento di chi, invece di correre ai ripari affrontando il problema, pensa alle forme di riverenze, complimenti, preamboli... nel tentativo di rimandare il più possibile la proposta di risoluzioni efficaci.

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